Femminismo italiano anni Settanta
Dall'autocoscienza di Rivolta Femminile al referendum sul divorzio del 1974, dai consultori alla legge 194: come il femminismo degli anni Settanta cambiò le leggi italiane.
Redazione AdaTeoriaFemminista ·
Il 12 maggio 1974 gli italiani votarono per mantenere la legge sul divorzio: il "no" all'abrogazione vinse con il 59,3% contro il 40,7%, con un'affluenza dell'88%. Quel risultato segnò il passaggio del femminismo italiano dai piccoli gruppi alla politica nazionale e aprì una stagione di riforme che avrebbe cambiato il diritto di famiglia, la sanità e il rapporto delle donne con il proprio corpo.
Autocoscienza e Rivolta Femminile
La scintilla del femminismo degli anni Settanta nacque in piccoli gruppi. Uno dei primi collettivi fu Rivolta Femminile, fondato nel 1970 a Roma e Milano da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, che pubblicò subito un proprio manifesto. Lonzi, saggista e critica d'arte, è considerata una delle teoriche più importanti del femminismo italiano e della pratica dell'autocoscienza.
L'autocoscienza non era una forma di aiuto reciproco, ma una pratica politica. Donne sole, senza uomini, da qui l'etichetta di "separatismo", si riunivano per mettere in comune la propria esperienza e risalire, a partire da essa, alle radici dell'oppressione femminile. Il vissuto personale diventava materia di analisi collettiva.
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Dalle piazze alle leggi
Molti gruppi, però, uscirono presto dal circolo ristretto. A Torino, come in altre città, il movimento delle donne crebbe dal 1973, anche grazie alla mobilitazione intorno a un processo e alla campagna per il "no" al referendum sul divorzio. Quel referendum non serviva a introdurre il divorzio, già previsto dalla legge del 1970, ma ad abrogarlo: la vittoria del "no" confermò una conquista esistente e mostrò quanto il paese fosse cambiato.
L'anno seguente arrivò la riforma del diritto di famiglia, la legge 19 maggio 1975, n. 151, che stabilì la parità tra coniugi all'interno del matrimonio. Sempre nel 1975 la legge n. 405 istituì i consultori familiari. Il movimento non si limitò ad attendere lo Stato: nell'estate dello stesso anno a Torino nacque il Coordinamento cittadino dei consultori autogestiti, uno dei segni di come le donne volessero servizi sanitari e sociali più vicini, democratici e gestiti anche da loro.
Il traguardo più discusso del decennio fu la legge 22 maggio 1978, n. 194, "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza", che consente l'interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni, alle condizioni previste dalla legge. Il filo che univa la battaglia del 1974, la 194 e la trasformazione dei servizi medici e sociali era la stessa richiesta: il controllo delle donne sul proprio corpo e sulla propria vita.
Le eredità più lente
Non tutto cambiò con il ciclo di riforme. Alcune norme del passato patriarcale resistettero oltre: la causa d'onore, che riduceva la pena per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella scoperti in una relazione illegittima, in nome dell'"onor suo o della famiglia", fu abolita solo nel 1981, con la stessa legge che cancellò il matrimonio riparatore.
Fra il 1974 e il 1978 il femminismo aveva ottenuto il divorzio confermato dal voto, un nuovo diritto di famiglia, i consultori e la legge sull'aborto. Eppure il delitto d'onore restò nel codice penale fino al 1981: la misura di quanto fosse lungo il cammino anche dopo le grandi vittorie.


