Patriarcato: significato del termine
Dall'organizzazione familiare fondata sulla linea paterna al sistema di dominio maschile della teoria femminista: come è cambiato il significato di patriarcato, anche nel diritto italiano.
Redazione AdaTeoriaFemminista ·
La parola patriarcato ha cambiato significato nel tempo: dall'idea storica di un'autorità paterna sulla famiglia è passata a indicare, nel linguaggio femminista, il dominio maschile in generale. In Italia la svolta giuridica arrivò nel 1975, quando la riforma del diritto di famiglia abbandonò la patria potestà e stabilì la parità tra i coniugi.
Il significato storico
Nel suo senso più antico, secondo il vocabolario Treccani, patriarcato è un'organizzazione familiare in cui i figli entrano a far parte del gruppo del padre, ne prendono il nome e i diritti e trasmettono a loro volta quei diritti in linea maschile. La parola è legata a patriarca, che in senso storico indica il capo di una grande famiglia, con autorità piena e indiscussa su tutti i discendenti.
L'antropologia ha allargato lo sguardo dalla famiglia all'organizzazione sociale. L'Enciclopedia Treccani definisce il patriarcato come un sistema in cui il maschio più anziano del gruppo esercita il controllo esclusivo sull'autorità domestica, pubblica e politica. In questo quadro le società patriarcali possono essere molto diverse tra loro per il modo di calcolare la discendenza o di regolare il matrimonio, ma hanno in comune il fatto che il potere resta nelle mani degli uomini.
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Il significato nella teoria femminista
Con il dibattito femminista, e in particolare con l'antropologia femminista, il termine ha smesso di indicare soltanto una forma storica precisa. È diventato il nome del dominio maschile in generale, riconoscibile in contesti sociali e storici diversi, anche dove la famiglia non è più organizzata attorno al padre. Treccani registra anche questo uso esteso: patriarcato come insieme di pregiudizi sociali e culturali radicati che producono prevaricazione maschile, spesso violenta, soprattutto nei confronti delle donne.
La differenza tra i significati non è solo accademica. Quando nel dibattito pubblico qualcuno parla di patriarcato, raramente si riferisce alla discendenza in linea paterna: di solito intende un sistema di norme, abitudini e rapporti di potere che mette gli uomini in posizione di vantaggio. Non va inteso come sinonimo di "uomini che si comportano male", ma come una struttura che può sopravvivere anche quando le leggi cambiano.
La svolta del diritto di famiglia nel 1975
Fino alla metà degli anni Settanta il codice civile italiano rifletteva in parte il modello tradizionale: il marito era considerato capo della famiglia e sui figli si esercitava la patria potestà, l'autorità del padre. La legge 19 maggio 1975, n. 151, intitolata "Riforma del diritto di famiglia" e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 135 del 23 maggio 1975, cambiò questo impianto. La patria potestà fu sostituita dalla potestà di entrambi i genitori, e il nuovo articolo 143 del codice civile stabilì che con il matrimonio marito e moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
La riforma non cancellò di colpo le disuguaglianze nella vita reale, ma tolse loro la copertura della legge: da allora il codice non attribuisce più al solo uomo l'autorità nelle decisioni familiari. Oggi la parola patriarcato porta con sé entrambe le storie. Conserva l'eco del vecchio diritto di famiglia, ma nel dibattito contemporaneo indica soprattutto un sistema più ampio di potere maschile, che la teoria femminista ha insegnato a riconoscere anche fuori dai codici.


