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Intersezionalità: cosa significa

Il termine coniato da Kimberlé Crenshaw nel 1989 descrive come genere, razza, classe e altre condizioni si sommano e si intrecciano. Origini, significato e limiti del concetto.

Redazione AdaTeoriaFemminista ·
Intersezionalità: cosa significa
Foto: U.S. Department of State from United States / Wikimedia Commons, Public domain

Intersezionalità indica un modo di leggere la discriminazione: le forme di svantaggio legate a genere, razza, classe o orientamento sessuale non agiscono separatamente, ma si intrecciano. Chi le subisce insieme vive un'esperienza che non si spiega guardando a un solo fattore alla volta.

L'origine del termine

La parola è stata coniata dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw nell'articolo "Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics", pubblicato nel 1989 sull'University of Chicago Legal Forum. Come dice il sottotitolo, era una critica femminista nera al diritto antidiscriminatorio, alla teoria femminista e alla politica antirazzista.

Il punto di partenza era la marginalizzazione delle donne nere. Crenshaw osservava che un approccio che vede la subordinazione come svantaggio lungo un solo asse, la razza oppure il sesso, lascia fuori chi porta più di un peso contemporaneamente. Le donne nere non trovavano posto né in una tutela pensata sul modello delle donne bianche né in una pensata sul modello degli uomini neri. L'intersezionalità nasceva quindi per descrivere forme di oppressione che la discriminazione "a singolo asse" non riusciva a cogliere.

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Le radici nel femminismo nero

Crenshaw ha dato il nome, ma l'idea ha radici precedenti. Nel 1977 il Combahee River Collective, gruppo di femministe nere di Boston di cui facevano parte Barbara Smith, Beverly Smith e Demita Frazier, pubblicò una dichiarazione in cui razzismo, sessismo, omofobia e oppressione di classe erano descritti come sistemi interconnessi che plasmano insieme la vita delle donne nere. Alcuni studiosi la considerano un esempio di teoria "proto-intersezionale": anticipava il quadro che Crenshaw avrebbe poi chiamato con un nome preciso.

Che cosa significa nella pratica

L'intersezionalità invita a considerare nello stesso momento caratteristiche come genere, razza, classe, sessualità, etnia ed età, e il modo in cui insieme producono disuguaglianza. Un esempio aiuta: una politica contro la discriminazione di genere può migliorare la posizione delle donne nel loro insieme e lasciare indietro le donne migranti, se ignora che per loro contano anche la cittadinanza, la lingua o il tipo di lavoro. Guardare solo al genere, o solo all'origine, farebbe perdere proprio la parte dell'esperienza che le riguarda di più.

Nato nel diritto, il concetto si è diffuso negli studi di genere, nella sociologia, nella scienza politica e nella salute pubblica, dove serve a capire perché gruppi diversi vivano in modo diverso gli stessi problemi. È uno strumento di analisi, non un elenco di identità: non chiede di sommare etichette, ma di vedere come i sistemi di disuguaglianza agiscono insieme.

L'ampia diffusione ha portato anche critiche. C'è chi osserva che il termine viene usato in modo così largo da perdere precisione, e chi teme che, staccato dal contesto giuridico e politico in cui è nato, diventi una parola d'ordine più che un metodo. Il rischio opposto è trasformarlo in una formula fissa, "razza, classe, genere", dimenticando gli altri assi.

La lezione di fondo resta semplice. Quando più sistemi di svantaggio si sovrappongono, una spiegazione basata su una sola categoria non basta: rischia di lasciare fuori proprio le persone che si trovano all'incrocio.

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