Diritti

Gender pay gap spiegato

Il divario retributivo di genere confronta i salari orari medi di uomini e donne. In Italia il dato è basso, ma dice poco su quante donne lavorano davvero.

Redazione AdaTeoriaFemminista ·
Gender pay gap spiegato
Foto: Shixart1985 / Wikimedia Commons, CC BY 2.0

Il divario retributivo di genere è la differenza tra la retribuzione lorda oraria media degli uomini e quella delle donne, espressa come percentuale della retribuzione maschile. Il dato però non dice quante donne lavorano, né come si distribuiscono tra mestieri e orari. Per questo un divario retributivo basso può convivere con una posizione debole delle donne nel mercato del lavoro.

Cosa misura il gender pay gap

Eurostat calcola il divario «non corretto» (unadjusted) sulla retribuzione oraria lorda, cioè prima delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali, e lo riferisce alle imprese con almeno 10 dipendenti. Restano quindi fuori le microimprese. La scelta della base oraria serve a confrontare uomini e donne a parità di tempo lavorato: chi fa meno ore non abbassa la media solo perché lavora meno.

È una media aggregata, non una verifica su mansioni identiche. Il gender pay gap non coincide con il principio della parità di retribuzione per lo stesso lavoro: confronta tutti gli uomini e tutte le donne occupati, qualunque sia il loro impiego. E soprattutto conta soltanto chi uno stipendio ce l'ha.

Codice Rosso: come funzionaLeggi ancheCodice Rosso: come funziona

Perché il dato italiano può sembrare basso

Il divario retributivo italiano viene spesso citato tra i più contenuti d'Europa. Il quadro cambia se si guarda all'occupazione. Secondo Eurostat, nel 2024 l'Italia aveva il divario occupazionale di genere più ampio dell'Unione: 19,4 punti percentuali, contro una media UE di 10 punti (lavoravano il 70,8% delle donne e l'80,8% degli uomini). L'ISTAT, nel suo rapporto sugli obiettivi di sviluppo sostenibile, colloca l'Italia all'ultimo posto nell'UE27 per tasso di occupazione, 13,7 punti sotto la media europea per le donne.

Se molte donne restano fuori dal mercato del lavoro, quelle che lavorano non sono un campione qualunque: la media oraria descrive solo loro. L'indicatore, così costruito, non mostra chi non trova un impiego, chi lo lascia né come il lavoro si distribuisce tra uomini e donne per settori e orari. Un numero basso, da solo, non autorizza a concludere che le donne italiane non siano svantaggiate.

Cosa cambia con la direttiva UE sulla trasparenza

La direttiva (UE) 2023/970, adottata il 10 maggio 2023, punta a rafforzare l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, attraverso la trasparenza retributiva e meccanismi di tutela. I lavoratori avranno il diritto di conoscere il proprio livello retributivo e i livelli medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. I datori di lavoro con almeno 100 dipendenti dovranno inoltre comunicare periodicamente i dati sul divario retributivo.

La direttiva non chiude il divario in automatico: rende visibili le differenze e offre strumenti per contestarle. Resta il nodo di fondo, ovvero la distanza tra una statistica sul salario orario e la partecipazione effettiva delle donne al lavoro. Prima di citare una percentuale, conviene controllare gli ultimi dati pubblicati da Eurostat e dall'ISTAT e verificare sempre a quale definizione si riferiscono.

Nella stessa rubrica

Tutta la rubrica