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Sindaca, ministra, avvocata

Sindaca, ministra, avvocata, ingegnera: che cosa dice l'Accademia della Crusca sui femminili delle professioni, da dove nasce il dibattito e perché l'uso resta incerto.

Redazione AdaTeoriaFemminista ·
Sindaca, ministra, avvocata
Foto: sailko / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sindaca, ministra, assessora, avvocata, architetta, ingegnera: per la grammatica italiana sono parole normali, formate con le stesse regole che hanno dato maestra da maestro. Eppure nell'uso quotidiano molte di queste forme suonano ancora marcate, e non di rado le stesse professioniste preferiscono il maschile.

Che cosa dice la grammatica

Il femminile dei nomi di professione si forma di regola come quello di qualsiasi altro sostantivo: il ministro diventa la ministra, l'avvocato diventa l'avvocata, il sindaco diventa la sindaca. In un testo del 2018 per la Giornata internazionale della donna, l'Accademia della Crusca osservava che non si vede perché, come da maestro si è fatto maestra senza scandalo, non si debba fare sindaca da sindaco, e definiva ministra «impeccabile linguisticamente e socialmente». Nel 2021 l'Accademia ha scritto che il femminile di medico è medica e che, con l'uso, diventerà familiare come operaia o sindaca.

La posizione della Crusca non è sempre stata così netta. In una risposta del 2002 parlava di un «processo linguistico in fieri», notava che forme come ministra o avvocata non erano ancora acclimatate nella lingua comune e che molte donne avvertivano come limitativa la femminilizzazione del nome professionale.

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Il ruolo di Alma Sabatini

Il dibattito italiano ha un punto di partenza preciso. Alma Sabatini (Roma, 1922-1988), linguista e attivista per i diritti civili, pubblicò nel 1986 le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e nel 1987 il volume Il sessismo nella lingua italiana. Le raccomandazioni proponevano elenchi di forme da evitare e da preferire, con un «no» e un «sì» affiancati, e mettevano in luce la struttura androcentrica dell'italiano, a partire dall'uso del maschile per indicare cariche e mestieri svolti da donne. Oggi Sabatini è considerata la figura di riferimento per il linguaggio non sessista in italiano.

Perché l'uso resta incerto

Nello stesso testo del 2018 la Crusca parlava di «resistenza del maschile» o di «renitenza al femminile»: per certi mestieri il femminile non si forma neppure quando sarebbe semplice e normale formarlo. Il caso di avvocata è istruttivo. È un titolo antico, attributo della Madonna, ma nella professione ha dovuto convivere con avvocatessa. Le forme in -essa restano nell'uso, però la forma regolare è avvocata.

Diverso il discorso sui segni grafici come asterisco e schwa, proposti per evitare del tutto la distinzione di genere. Nel 2023 la Crusca ne ha sconsigliato l'uso negli atti pubblici e giuridici, indicando invece di sfruttare le risorse già disponibili nella lingua, compresi i femminili professionali come magistrata, prefetta, assessora e ingegnera.

La regola pratica, dunque, è doppia. La grammatica ammette pienamente le forme femminili, e l'Accademia le raccomanda. Nell'uso, però, parlanti, giornali e istituzioni non si comportano tutti allo stesso modo: in un testo giornalistico la scelta più rispettosa resta quella di usare il femminile, tenendo conto di come la persona nominata preferisce essere chiamata.

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